Allenatori forti, destini forti: l’Inter di Luciano Spalletti

Luciano Spalletti oggi è sul piano della discussione per noi interisti, un “tema” già superato.

Quando si assume una decisione, la cosa giusta da fare è voltare pagina.

Ogni considerazione a posteriori diventa solo un modo come un altro per non concentrarsi in maniera costruttiva sul presente e sul futuro.

E il nuovo allenatore dell’Inter è Antonio Conte.

Avremo tuttavia tantissimo tempo per parlare del nostro nuovo allenatore.

A partire dalla conferenza stampa di presentazione, dove sicuramente una figura destinata almeno in un primo tempo a spaccare l’ambiente nerazzurro come lui (anche se abbiamo avuto almeno due anni per abituarci tutti all’idea di un suo approdo sulla nostra panchina), darà ampi temi di discussione e non solo si spera su questioni di “appartenenza”, ma soprattutto di natura tecnica e tattica.

Rinvio ad allora ogni considerazione, senza negare che in passato mi sono espresso negativamente al riguardo, ma specificando coerentemente che il buon senso e il tifo mi spingono a mettere da parte ogni ostilità.

Certo, Antonio Conte è stato una bandiera della Juventus, prima come giocatore e poi come allenatore: è sempre stato un avversario.

Probabilmente anche uno dei più accesi e agguerriti avversari per il suo modo di stare in campo e poi in panchina.

Uno dei più forti, perché ha giocato ed ha allenato in una squadra forte e di potere (ndr, a suo merito va detto che si era ritirato dal calcio giocato prima del 2004-2005).

Tutto questo resta.

Fa parte della storia del calcio italiano e della sua storia personale. Fa parte del nostro vissuto personale come tifosi.

Ci sono anche questioni che conosciamo bene e che trascendono l’aspetto legato esclusivamente al tifo e che hanno portato l’allenatore sulle prime pagine dei quotidiani in passato e che lo hanno se possibile, reso ancora più “antipatico”, perché a meno che non stai dalla sua stessa parte Antonio Conte è antipatico, ma tutte queste cose appartengono al passato e vanno considerate come tali.

Valuteremo Antonio Conte per quello che è e sarà il suo operato come allenatore dell’Inter da oggi.

Lo faremo primariamente sul piano dei risultati, così come ovviamente sul piano dello stile, perché noi siamo l’Inter e con la Juventus non abbiamo nulla in comune e se permettete, non abbiamo neppure motivo di pensare che questo arrivo sulla nostra panchina sia destinato a cambiare le cose.

Peraltro non è la prima volta che all’Inter arriva un allenatore che in passato è stato alla Juventus.

È successo con Lippi, è successo persino con… Gasperini, ma è successo anche con il Trap.

In ogni caso siamo sempre rimasti noi stessi: loro sono passati, ma l’Inter è rimasta.

Starà quindi a Antonio Conte, invece, cogliere questa occasione unica sul piano professionale, ma pure sul piano umano.

Allenare l’Inter non è e non sarà una passeggiata, ma come altri in passato (vedi Ibra) in questo salto di qualità potrebbe trovare la sua consacrazione tra i grandi.

Ma qui voglio parlare, a dispetto di questa introduzione, di Luciano Spalletti. Cui ha già dedicato una pagina il “nostro” Luciano Da Vite, che peraltro condivido in pieno, ma cui mi preme aggiungere anche alcune mie considerazioni.

Sono contento che Luciano Spalletti sia stato il mio allenatore.

Luciano Spalletti è stato il mio allenatore e l’allenatore di tutti gli interisti dal primo all’ultimo giorno.

È stato l’allenatore anche di chi lo ha cominciato ad attaccare già in tempi “non sospetti”, prima che scoppiasse il caso-Icardi e che il mister ha dovuto gestire da solo contro tutto e tutti.

La memoria è breve, ma in fondo se proprio abbiamo avuto un grande rivale nei nostri anni migliori, questo è stato Luciano Spalletti, che con la sua Roma (sulle cui fondamenta si basava poi anche quella di Ranieri) diede del filo da torcere a Mancini e Mourinho e con i quali fu anche protagonista (forse più “vittima”…) di epiche schermaglie.

Si fece peraltro anche il suo nome per la nostra panchina (piaceva a Moratti) quando si cominciò a paventare l’addio del Mancio dopo le dichiarazioni post-Liverpool.

Allora l’apprezzamento per Spalletti era ai massimi storici, questo succedeva anche al solito per svalutare la grandezza del nostro lavoro, ma non ci sono dubbi che il mister di Certaldo in quegli anni si rivelò per noi un vero osso duro e si affermò come uno dei più bravi del nostro calcio.

La scelta di andare allo Zenit, dopo la fine dell’esperienza in giallorosso, si rivelerà poi vincente, ma ha fatto e fa venire meno presso l’opinione pubblica del nostro paese la giusta continuità nella valutazione del suo lavoro sul piano complessivo.

Quattro qualificazioni in Champions League in quattro anni, due con la Roma, la prima subentrando in corsa, e due con l’Inter (noi mancavamo da anni, la Roma quest’anno non si è qualificata), sono apparse come risultati di poco conto, invece che del suo lavoro, si è parlato solo della “gestione” di Totti prima e di Icardi poi.

Le due situazioni sono simili perché in entrambi i casi, i giocatori hanno posto il loro interesse davanti a quello della squadra, con il sostegno dei media e con un atteggiamento mai netto da parte della società.

In entrambi i casi Luciano Spalletti ha gestito i giocatori come è giusto, alla pari degli altri componenti del gruppo.

In entrambi i casi è stato attaccato, in entrambi i casi i risultati gli hanno dato ragione.

Mi preme sottolineare inoltre un dato non poco importante.

Nessuno come Spalletti ha valorizzato Icardi. Il mister lo ha messo da subito al centro del progetto. Con Spalletti, Icardi ha fatto la sua stagione migliore, poi ha esordito in Champions, ha imparato a giocare con e per la squadra.

E lo stesso vale anche per Francesco Totti.

Se c’è un allenatore che ha veramente valorizzato al massimo Francesco Totti e che gli ha indicato la via giusta per avere una lunga carriera a altissimo livello, questo allenatore non è stato Sor Carletto, non è stato Zeman e non è stato Fabio Capello, ma è stato proprio Luciano Spalletti.

Questo significa che Spalletti è uno di quegli allenatori che non lavorano solo sulla squadra, che non si limita solo a lavorare sulla tattica e a mettere in campo la formazione: Luciano Spalletti lavora sul singolo, migliora il calciatore e gli fa sviluppare al massimo le proprie potenzialità.

Lo ha fatto anche all’Inter e casi singoli come quelli più eclatanti di Skriniar e dello stesso Icardi, senza menzionare Brozovic, ma pure quelli di D’Ambrosio e Ranocchia, Vecino, Politano e in fondo pure Cancelo, lo hanno ampiamente dimostrato.

Se è mancato qualcosa, tuttavia, in questi due anni, quella è stata la continuità di rendimento.

Colpa di alcune scelte sbagliate nella costruzione della squadra, condizionate da ragioni anche di carattere economico e poi “imprevisti”, a partire da mosse tipo quella di Sabatini e poi l’arrivo di Beppe Marotta, che è stato un po’ come un fulmine a ciel sereno.

Nel primo anno, con una squadra nella sostanza uguale a quella del campionato precedente (anzi, privata ai nastri di partenza pure di Kondogbia), Spalletti ha fatto benissimo nella prima parte, grazie al rendimento super di Candreva e Perisic, e ovviamente la vena realizzativa di Icardi.

La ristrettezza delle scelte a disposizione, costringeva tuttavia a modificare il sistema di gioco, fino a quel momento basato solo sui due esterni d’attacco (privi di alternative nel ruolo) in maniera radicale nella seconda parte del campionato, che si è rivelata molto più difficile, ma ricca di intuizioni.

Restano molto rimpianti gli addii di Joao Cancelo e Rafinha, che da febbraio si andavano a inserire tra i titolari nel cambio del complesso di gioco della squadra, ma il merito principale qui da parte del mister sta nel lavoro fatto su Brozovic, finalmente “inquadrato” e da allora uno dei migliori playmaker in circolazione.

Il cambio nel sistema di gioco fu una scelte consapevole, davanti alla impossibilità di procedere nella direzione voluta, ma mostrò la grande capacità di adattamento del mister e che è poi stata quella che ci ha permesso di arrivare in Champions l’anno scorso, ma anche nell’ultimo campionato.

Quante volte nel corso della stagione, Spalletti ha dovuto rivedere i suoi piani?

L’infortunio di Nainggolan e la iniziale rinuncia al 4231 a favore del 433. Il flop di Vrsaljko e quello di Keita e la necessità per un po’ di doversi inventare qualche cosa di impossibile come un’Inter senza Perisic (giocatore indispensabile, tanto è vero che non mi sembra proprio che Conte voglia privarsene) e poi la necessita di dover finire il campionato senza Icardi e poi pure con Lautaro Martinez spesso fuori per infortunio.

Avrà commesso i suoi errori, certo, ma non lo so se e quanti avrebbero tenuto fino alla fine e fino a centrare l’obiettivo, peraltro con una rete decisiva, di un calciatore decisivo e che quando ha giocato ha dato tutto, come Radja Nainggolan. Il suo pupillo e un acquisto criticato oltremodo e invece decisivo, fondamentale nonostante tutto e non solo per la rete all’Empoli.

Sapevamo già che sarebbe andato via e forse giusto così, perché senza mai prese di posizione nette da parte della dirigenza a suo sostegno (segno che si volevano fare altre scelte) non si può fare altrimenti, e dispiace perché con questo allenatore si era trovata una corrispondenza e si era costruito un legame forte e di fiducia come non succedeva veramente da tantissimo tempo. Cioè da quando eravamo i più forti di tutti.

Non entro nel merito del giudizio sui singoli, ma nessuno come Spalletti mi ha veramente fatto sentire rappresentato come tifoso in questi anni. Non ci è riuscito neppure Roberto Mancini che per ragioni storiche, avrebbe avuto in questo la strada spianata.

Forse lo aveva fatto Strama, ma principalmente (senza nulla togliere alle sue capacità) perché a lui gli abbiamo voluto e gli vogliamo ancora bene tutti.

Se l’Inter è tornata, adesso si può dire, stabilmente tra le grandi, il merito è stato principalmente di Luciano Spalletti.

Che lui abbia ringraziato tutto il mondo nerazzurro (“tifosi forti, destini forti”) al momento dell’addio e in un momento pure drammatico e molto difficile per sue vicende personali, invece che assumere un atteggiamento di tipo diverso, gli fa solo onore.

L’ennesima dimostrazione di grande professionalità e umanità.

Grazie mister.

Emiliano D’Aniello

Foto: Luciano Spalletti ad Appiano Gentile il giorno della sua presentazione. Era il 14 giugno 2017 (fonte Getty Images).

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3 pensieri riguardo “Allenatori forti, destini forti: l’Inter di Luciano Spalletti

  1. U17 INTER-GENOA 4-0 (3 gol GNONTO-SQUIZZATO). è stato un WILLY SHO. Ora attendiamo con ansia il post di LUCIANO. Emiliano complimenti per il nuovo blog.

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