La partita dell’imprevedibile: Real Madrid – Inter 2-1

Non si poteva prevedere che l’Inter andasse a Madrid a “fare la partita”, tenendo bene il campo e creando pericoli per la porta dei “blancos”. Non era neppure facile prevedere che dopo un inizio caratterizzato da un nostro predominio abbastanza netto, senza che l’avversario potesse mai rendersi pericoloso, i nostri avrebbero letteralmente regalato due reti al Real attraverso giocate improvvide e a questi livelli inimmaginabili. La gravità dei due errori in occasione dei due goal realizzati dal Real consta in un vero e proprio “disastro”. Certo ci sono delle attenuanti, possiamo considerare tra queste la volontà di impostare la gara giocandola sempre e quindi di giocare la palla dal basso. Se è vero tuttavia che l’Inter deve giocare come una grande squadra e non come una provinciale e che un errore può accadere a chiunque, è altrettanto vero che giocare a Madrid e regalare il doppio vantaggio ai padroni di casa è inammissibile. Tanto più se anche contro il Napoli in campionato era accaduto qualcosa di simile. Bisogna capire se la capacità di esprimere sempre la massima concentrazione e la rapidità del ragionamento, più che la tecnica con i piedi, sono nelle corde di alcuni nostri atleti. Poi è continuata la serie degli “imprevedibili”. Perché non era prevedibile che dopo essere stata colpita in modo così innaturale e grave, la nostra squadra avrebbe trovato la forza fisica tecnica e morale di restare in partita, fino a riaprirla per poi sfiorare addirittura la possibilità di riprenderla, sia pure - lo si deve ammettere – dopo aver rischiato anche la sconfitta pesante. Certo, come si potrà considerare analizzando i dati e dalla lettura del posto, non tutti i dati, ivi compresi quelli relativi la pericolosità, sono risultati alla fine a nostro favore. Ma del resto giocavamo in casa di una delle 3-4 squadre più forti d'Europa e, dopo aver iniziato facendo la partita con qualità e personalità, ci siamo inopinatamente trovati a gestire una situazione che tatticamente e moralmente ci svantaggiava. Come sarebbe andata la partita senza quei regali, nessuno può dirlo, ma i presupposti positivi si erano intravisti. Ci sono schemi da rivedere e dati e constatazioni confortanti che non sono solo sterili consolazioni, ma aprono la porta alla speranza di un futuro soddisfacente anche a livello di risultati, una volta che, come si spera, diverse situazioni critiche vengano risolte al meglio.

La tecnica, la fantasia, la “testa”, la forza e l’intensità: Inter – Roma 5-2

Nelle ultime partite al di là dei torti arbitrali, che hanno fatto sembrare numericamente ancora più pesante l'indubbia flessione, avevamo visto una squadra scarica psicologicamente e fisicamente. Parecchi elementi erano in difficoltà, giocando ben sotto i loro standard abituali. E i giocatori capaci di rovesciare con la progressione devastante le situazioni di gioco, o erano assenti da tempo, o non sembravano al top. Anche contro la Roma, dopo il primo nostro goal, sembrava potersi venire a ripetere un cliché negativo visto troppe volte. Invece le cose sono andate diversamente. Evidentemente questa volta la condizione fisica era buona e quella mentale ottima: le critiche spesso feroci e interessate, le pressioni di un ambiente calcistico che Chivu ha giustamente definito “tossico”, gli errori arbitrali, non ci avevano depresso ma avevano creato “fame”, orgoglio e voglia di reagire con determinazione e qualità. Dopo lo spettacolare goal di Calhanoglu alla fine del primo tempo, il secondo tempo è stato tutto nostro. Abbiamo fatto tre gol e, finché la partita è stata aperta, non ci sono stati interventi decisivi di Sommer, mentre noi abbiamo mancato almeno due altre occasioni nitidissime. Importante sottolineare la preparazione del match da parte di Chivu e come il mister abbia curato gli aspetti comunicativi: corretto, ma fermo in alcune denunce assolutamente necessarie. In campo ha presentato una grande Inter (anche se alla Roma mancavano due elementi fondamentali come Manu Koné e Wesley), in una situazione in cui pochi l'avrebbero considerato possibile, per vari motivi. Adesso è necessario mettersi in mente che non si è ancora fatto nulla, che questa condizione, questa determinazione feroce, questa compattezza di gruppo e questo orgoglioso senso di appartenenza devono essere mantenuti ancora in tutte le partite che restano, a partire dalla prossima, durissima, a Como. Nessuno ci regalerà nulla e anzi, se sarà possibile cercheranno di toglierci ancora qualcosa, con le polemiche mediatiche ed eventualmente con gli errori arbitrali. Perché nel destino dell'Inter, a partire dagli anni '30 sta scritto che i campionati, se si concludono in volata li perdiamo, chissà perché. L’unica eccezione è stata l’anno del triplete. Ma quell’Inter di Mou era un qualcosa di ineguagliabile.

Verso un derby pericoloso

La classifica è molto corta e dunque nessun risultato oggi può essere considerato decisivo. Ma il prossimo derby, al di là della classifica, è anche un confronto tra due scuole di pensiero e due modi di intendere il calcio. Chiaramente il confronto non chiarirà nulla sulla questione “teorica”, né chi lo perderà, abdicherà alle proprie idee. La partita non dirà se è meglio il calcio di Allegri o quello di Chivu, ma solo se gli uomini messi in campo dai due tecnici, nelle condizioni di quel giorno, saranno idonei a tradurre al meglio nel confronto reale, le indicazioni di gioco dei loro allenatori. In altre parole se - in quel match - una squadra, con la sua tipologia di gioco, sarà più forte dell'altra. Con tutte le varianti del caso: per esempio un errore arbitrale o una deviazione fortuita che cambiano l'indirizzo del match. Nel contenuto del post, dall’Inter dei due scudetti del dottor Foni negli anni cinquanta fino all’ultima Inter di Inzaghi, si porta avanti un vero e proprio racconto su come nel corso degli anni, la nostra squadra abbia raggiunto i suoi più importanti successi e di come questi siano arrivati sempre dedicando una particolare attenzione alla fase difensiva. Ma pure di come di volta in volta, nel corso degli anni, il gioco del calcio sia cambiato, fino ad arrivare ai giorni nostri, al passato più recente e all’arrivo all’Inter di Simone Inzaghi, che forse ha ottenuto qualche risultato in meno rispetto a quelli teoricamente possibili, ma che ha saputo coniugare risultati e spettacolo. Il calcio di oggi è cambiato radicalmente e certi parametri di lettura sono superati. Non esiste squadra che quando deve difendersi da un attacco manovrato e avvolgente non porti tutti gli uomini sotto la linea della palla o comunque nella propria metà campo. Non esiste squadra che quando porta un attacco manovrato non sposti la linea difensiva all'altezza della linea mediana. La squadra deve essere sempre corta: questo è l'imperativo. Ma la squadra corta può comportare anche che siano più uomini, rispetto alla divisione dei ruoli del passato, a trasformarsi provvisoriamente in attaccanti. Che Inter vedremo nel derby? Il mister ha ricostruito moralmente la squadra e sta cercando di apportare le sue varianti rispetto a quello che era il gioco di Inzaghi. Punta ad arricchire gli schemi offensivi e incrementare la verticalizzazione. Sul primo punto il mancato arrivo di Lookman lo ha costretto a rivedere i suoi piani; per quello che riguarda l’altro aspetto è necessario pressare alti, stroncare sul nascere i tentativi di ripartenza, provocare errori letali dei difensori avversari o comunque tenerli sempre sotto pressione. Tutte soluzioni che hanno dei pro e dei contro e che rendono necessario trovare stabilmente un “equilibrio”, unitamente a un rafforzamento della capacità difensiva quando siamo sotto assedio. Sono questi i punti principali su cui si concentra il suo lavoro e gli aspetti che ci riguardano in vista del prossimo, pericoloso, derby di domenica sera.

Ora, anche la nazionale del Paradiso ha trovato la sua ala mancina: RIP, Mariolino Corso, piede sinistro di Dio

Un post speciale per ricordare un uomo speciale. Mario Corso è stato uno dei più grandi e creativi campioni che abbiano calcato i campi di calcio. Arrivato all'Inter nell'estate del '58 dalla sua natia Verona con Da Pozzo e Guglielmoni, Mariolino si affacciò in prima squadra a 16 anni e a soli 17 anni entrò nel giro dei titolari di una Inter la cui prima linea titolare era composta da giocatori importanti. Non ne uscì più, neppure quando arrivò a Milano Helenio Herrera (checché ne dica la stampa). Corso fu titolare indiscusso e in maglia nerazzurra ha vinto tutto. Indimenticabili i goal contro il Liverpool (la famosa "foglia morta") e quello decisivo in Coppa Intercontinentale contro l'Indipendentiente. Tagliente e lapidario, arguto e implacabile nel farsi beffe dei luoghi comuni che imperano nel calcio, Mario Corso fu un genio calcistico, ma anche un dirigente competente e che ha fatto svoltare il nostro settore giovanile. La sua intelligenza e persino la sua arguzia dissacrante, ma mai gratuita, ci mancheranno. Adesso andrà a rinforzare la nazionale del Paradiso. Ciao, Mariolino e grazie di tutto.