Dallo sprofondo alla gagliarda risalita: Inter – Pisa 6-2

Alla vigilia della partita col Pisa, la nostra situazione era questa: venivamo da tre sconfitte consecutive in Champions League (N.b. Il report sulla partita contro l’Arsenal, che non è stato possibile pubblicare nei giorni scorsi, è riportato integralmente nel contenuto del testo del post); venivamo da tutte vittorie con le medio-piccole, ma da quasi tutte sconfitte nei grandi match, in campionato, dove comunque eravamo primi. Per essere competitivi su tutti i fronti, riportato a casa Pio e presi e cifre contenute due giovani promettenti come Bonny e Sucic, bisognava spendere per almeno due campioni, in grado di aumentare subito il tasso di qualità, forza e esperienza della squadra. Tanto la gara contro l’Arsenal che quella contro il Pisa (soprattutto) ci dicono che i giocatori chiave sono costretti ad oggi a giocare tutte le partite, con l’inevitabile corollario di frequenti infortuni e di arrivare più logori degli avversari ai grandi appuntamenti. Contro il Pisa, una squadra media che in prevalenza difende e riparte, privi del play e soprattutto dei due esterni titolari, non potevamo non soffrire. Siamo andati sotto di due goal, poi “è bastato Dimarco” a fare svoltare, ma è probabile che se avessimo avuto un grande centrocampista e un grande esterno destro, non avremmo avuto necessità di rimontare in quel modo e forse anche alcuni giocatori in campo sarebbero stati meno logori. Non si chiede l’impossibile. Per venire alla partita, sotto di due goal dopo venticinque minuti, Chivu corre ai ripari e mette dentro Dimarco per Luis Henrique, con spostamento di Carlos Augusto. Una decisione affrettata, ma dettata da ragioni oggettive. Finisce che negli ultimi otto minuti della prima frazione di gara, facciamo tre goal e ci portiamo in vantaggio. Nella ripresa siamo assolutamente dominante e alla fine la vinciamo sei a due, segnando gli altri tre goal negli ultimi dieci minuti della ripresa. Diciamo che questo è un piccolo segnale positivo, al di là del risultato, considerando che tre giorni prima avevamo giocato una partita logorante e decisiva come quella contro l’Arsenal di Arteta.

La degna conclusione di un’annata straordinaria: Cagliari – Inter 0-3

A Cagliari si è chiuso in modo coerente con il resto della stagione un anno solare che per chi tifa Inter resterà nella storia in modo indelebile: come le due CL di Herrera, come lo scudo 'maestoso' del Trap, come il triplete di Mou. Il comportamento dei nostri ha sfiorato la perfezione e l'avrebbe raggiunta senza il gol subito nei minuti di recupero a Leverkusen (evitandolo ci saremmo risparmiati un pluslavoro tra gennaio e febbraio) e come i punti buttati contro la juve sul 4-2 con la partita che volgeva al termine. A Cagliari, come contro il Como, non è stata un'Inter dominante. Ma proprio questa è stata fino ad ora la nostra forza: saper vincere, magari anche con un clean sheet, partite in cui per una parte del match almeno abbiamo faticato ad imporci. La svolta è stata la clamorosa (in senso negativo) partita con la juve, come per l'Atalanta era stato l'avvilente 0-4 con noi. Fino alla juve avevamo subito 13 gol in 9 partite (media 1,44), mentre nelle restanti 8 partite abbiamo subito due gol (media 0,25). Il tutto mentre a livello realizzativo nelle prime 9 abbiamo realizzato 21 gol (2,33 a partita) e nelle successive otto, 24 (media 3,00). È evidente la crescita, che è stata soprattutto crescita di equilibrio, perché la media dei gol fatti è cresciuta meno, mentre il numero di gol subiti è crollato. Adesso il pensiero (e il lavoro dei ragazzi) va ai prossimi impegni, perché gennaio può essere un mese decisivo. Voto a Inzaghi: sette. Per la preparazione e la gestione del match. Se invece consideriamo l’intera annata 2024, l’unico voto che gli si può attribuire è un bel nove. Con i ringraziamenti per la qualità e per l’importanza del lavoro svolto.

Tutto è bene quel che finisce bene: Inter – Como 2-0

Che non sarebbe stata una partita facile lo si era capito in anticipo. I lariani hanno una proprietà molto facoltosa, un allenatore giovane ma di sicuro talento, hanno fatto tantissimi acquisti e, pur non avendo una classifica di rilievo, hanno sempre giocato buone partite ed esibito evidenti progressi nell'assimilazione dei dettami tecnico-tattici del mister, fino ad essere arrivati a una secca vittoria sulla Roma. Noi avevamo problemi in difesa, con tre titolari fuori causa e una linea rabberciata, con 'riserve' e l'unico titolare impiegato fuori posizione. Naturalmente questo non bastava per sovvertire i pronostici, ci mancherebbe: il gap di qualità restava molto forte, ma noi sappiamo che nel campionato italiano non sempre questo basta per stare tranquilli. Aldilà della buonissima prova del Como, noi non eravamo in grande giornata, perché abbiamo eluso il loro pressing in almeno sei/sette occasioni, ma rispetto al solito siamo stati meno precisi nelle giocate finali o addirittura nelle conclusioni. Così abbiamo consentito ai lariani di restare in partita sino alla fine. Tutto questo evidenzia come il risultato sia doppiamente prezioso. Tre punti sono sempre tre punti, sia che domini, sia che li ottieni soffrendo, ma è evidente che quelli ottenuti soffrendo in un certo senso pesano di più, perché lì e non nelle altre partite si corre il rischio di lasciare punti preziosi. Tra i migliori in campo sicuramente da menzionare Carlos Augusto, autore tra le altre cose del goal che sblocca la partita e ci regala un vantaggio fondamentale (un imperioso stacco di testa su corner calciato da Calhanoglu); lo stesso Calhanoglu, per una serie di motivi forse il giocatore più insostituibile dell’intera squadra; Mkhitaryan, ancora protagonista di una prestazione sontuosa anche se con una palla persa nel finale che poteva creare grossi guai; Marcus Thuram che in attesa del “ritorno” di Lautaro (cui resta comunque impossibile dare un’insufficienza) è il vero uomo guida dell’Inter. Tikus trascina la squadra con i suoi strappi, le sue giocate, la velocità e la forza dirompente. Strepitosa la conclusione che chiude di fatto la partita.

Tutto non è possibile: Young Boys – Inter 0-1

Non era un match facile e lo sapevano tutti. Dal 28 settembre venivamo, in un mese circa, da quattro vittoria e un pareggio ottenuto a Manchester con il City. Di queste quattro vittorie solo quella con la Stella Rossa è stata larga e ha consentito una certa turnazione in corso d'opera. Nelle altre abbiamo sempre vinto per un goal: quindi sono state combattute fino all'ultimo minuto di recupero. Inoltre abbiamo molti nazionali e in un mese la maggior parte dei nostri non ha giocato cinque partite, ma sette... E alcuni infortuni e la necessità di conservare qualche riserva di energie per la prossima partita contro la Juventus, ci hanno costretto a un turn over "fortissimo". Dopo l'ingresso dei quattro campioni (le due punte, il laterale di spinta Bastoni e il "fantasista" Dimarco) la partita è cambiato e l'azione del goal, dove Dima, Lauti e Thuram sono stati protagonisti, lo dimostra. Thuram migliore in campo: la sua importanza si vede quando non c'è. Con lui e Lauti tutta la squadra gioca meglio. Il goal è da vera prima punta, che prende il tempo al difensore e con un tocco preciso gela il portiere avversario. Veniamo alla Youth League. Ci sono quattro considerazioni fondamentali su cui si concentra il commento alla vittoria per tre a due dei ragazzi di Zanchetta: 1. La vittoria è meritata anche se non è stata facile; 2. Si è avuta la conferma che questa squadra può far meglio in Europa che in campionato; 3. Si è avuta la conferma che i vivai delle principali squadre straniere (e quindi delle nazionali, giovanili e non) possono vantare l'enorme vantaggio di essere costituite per metà o oltre da calciatori di origine extracomunitaria, immigrati recenti o di seconda generazione, ma integrati; 4. La nostra rosa possiede giocatori di grande qualità, ma non ancora maturi, fisicamente o mentalmente, per il grande calcio e giocatori più pronti fisicamente, ma al momento meno dotati fisicamente... Tutti i contenuti sono sviluppati all'interno del post.